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Leggende e racconti di Rosazza e dell'Alta Valle Cervo
La vecchia e il lago (incisione al Lago della Vecchia).
La vecchia e il lago (incisione al Lago della Vecchia).
(Anna Valz Blin)


Le masche (primo racconto)
Anche ne Biellese le alte cime dei monti, i pascoli, le oscure barme (caverne), i verdi declivi erano popolate di creature fiabesche, masche, fate e un'infinità di esseri magici che danzavano il sabba, un girotondo luminoso.
Le masche erano donne che avevano venduto l'anima al diavolo e, per aver commercio con il diavolo, venivano dotate di poteri soprannaturali e potevano fare agli altri il bene e il male che volevano. La tradizione vuole che scegliessero di fare sempre il male. Non era facile riconoscere la qualità di masca in una donna. Innumerevoli sono i malefici attribuiti alle masche: scatenare la grandine, inquinare le acque, rubare i bambini, impedire alle mucche di produrre il latte, uccidere gli animali, operare ogni tipo di fattura su cose e persone.
Borbottavano magiche formule e utilizzando gli oggetti di proprietà di una certa persona, facendo strani segni cabalistici, decretavano la sventura che nontardava a colpire il destinantario.
Si dice che le masche accompagnassero le fatture con una parola magica "Oh! stant'eterne" di cui si è perso il significato.
Si narra che fabbricassero prodigi d'amore e di morte, combinati con le erbe delle alpi. Si trattava di filtri molto semplici, innocui beveraggi a cui venivano associati poteri miracolosi.
Ad esempio, le masche suggerivano a chi voleva conquistarsi il cuore della persona amata, di pungersi un dito, di farne sprizzare qualche goccia di sangue in un bicchiere di vino e di darlo a bere all'interessata.
Il miglior esorcismo per neutralizzare le masche è il segno della croce davanti alla persona che è sospettata di mascologia.
Le masche operano su loro stesso curiose metamorfosi: possono trasformarsi in capre, becchi, scrofe, gatti e altri animali.
Per questo motivo il popolo della superstizione credeva che in ognuno di questi esseri si nascondesse una masca e, spesso, li colpiva con odio ingiusto. In particolare, al gatto nero venivano associato poteri malefici.
Un'altra credenza stolta riteneva che se nella stanza dove giaceva una persona morta svolazzava un moscone, quella persona era una masca e il moscone era l'anima dannata che usciva di bocca quando esalava l'ultimo respiro.
Svariati sono i paraggi indicati un tempo come luogo per il cupo sabba delle masche. Uno di questi sarebbe il Pian d'Irogna, sopra Piedicavallo. Il Sabato sera, al tramonto, un gruppo di donne il cui volto è nasconsto da un velo nero, sale con un violino e un archetto sotto il braccio, la salita che da Buzzelle va all'Olm e, infine, al Pian dell'Irogna. Giunte sul piano accendono un gran rogo, si dispongono intorno, accordano i violini e suonano e danzano. Durante la danza si compie la metamorfosi: da donne a gatti, a capre e a bisce... fino a quando un gallo preannuncia l'alba. Allora il sabba si conclude, le masche ritornano al loro aspetto di donne e tornano alle loro case.
Nel medioevo e nel 1600 furono intentati molti processi a presunte streghe, anche nel Biellese.



Le masche (secondo racconto)
Nella Valle del Cervo il mese di febbraio era tradizionalmente diviso in tre parti che prendevano il nome di ampüre, cioè impure. Il termine si riferiva in realtà alle anime che, in questo periodo, tornavamo per purificarsi, passando sugli alti crinali delle montagne. Nella leggenda, il misterioso passaggio degli spiriti, capaci in questa corsa invisibile di lasciare dietro di loro le scorie delle imperfezioni passate, era accompagnato da un rito con cui gli abitanti si proteggevano dalle stregonerie. Le anziane del paese dicevano che nei giorni di febbraio si potevano tessere delle pezzuole di canapa per allontanare i malefici delle masche. Il feticcio era quindi, in questo caso, una semplice, ruvida perzza che uomini e donne potevano appuntarsi alla camicia, sicuri che in questo modo non avrebbero potuto subire fatture. La convinzione era che le streghe agivano solo per magia di contatto; in altri termini potevano fare una fattura, gettare il malocchio, soltanto toccando le persone, gli animali o gli oggetti che intendevano colpire. Infatti, a Novecento inoltrato sussisteva ancora l'abitudine di battere la zangola con un bastone quando il latte tardava a trasformarsi in burro durante la lavorazione. Se si trattava di un maleficio, le legnate avrebbero automaticamente colpito la masca responsabile.
Secondo le credenze, la strega portava con sé un'olla (l'ulet) dove teneva unguenti e filtri; probabilmente si riteneva che uno dei bersagli preferiti e più facile dei malefici fossero gli animali sui pascoli, poiché era abitudine delle donne che mungevano le vacche segnare con una croce il ventre dei bovini (gesto che era accompagnato da un'invocazione a Dio) prima di lasciare la stalla. Sotto le pendici del monte Mazzaro, la tradizione individuava il Pian di Cavij (Pian dei Capelli) dove si riteneva che periodicamente avvenisse il sabba chiamato bal du sablo. Il nome della radura nacque da un'altra credenza secondo la quale si potevano rintracciare spesso sul posto delle ciocche di capelli. Anche i cerchi nell'erba o qualsiasi spiazzo in cui gli steli risultavano piegati, erano considerati segni del passaggio delle masche.
Nei pressi dell'abitato di Piaro, una parete rocciosa sarebbe stata un altro luogo deputato per i raduni delle streghe; al ballo faceva seguito un insolito gioco ce consisteva nel gettare una masca nel precipizio e poi farla magicamente risalire. La suddivisione delle "impure" in tre parti era fatta di nove giorni in nove giorni e si riteneva che questa articolazione indicasse anche l'andamento della temperatura; nelle prime due parti il freddo aumentava gradualmente, nella terza diminuiva. Il collegamento fra la leggenda delle anime che attraversano le montagne per purgarsi e il periodo invernale in cui è situata, chiama in causa naturalmente la festa della Caldelora, ama sua volta questa appare una sovrapposizione alla festività celtica del primo febbraio, Imbloc, che significa appunto "purificazione". Sono poche purtroppo le notizie in merito a questa ricorrenza celtica, ma sicuramente intendeva individuare il periodo criciale dell'inverno come è evidente dai nomi gallici dei mesi. Il periodo fra gennaio e febbraio corrispondeva al mese di Anagantios il cui significato letterale è traducibile con "incapace di uscire"; il mese successivo, collocato tra febbraio e marzo, prendeva il nome di Ogronios che significa "tempo di ghiaccio". Sembra quindi più evidente che la relazione instaurata fra il freddo e il ritorno dei morti per la purificazione, sia una sopravvivenza nella tradizione biellese del mondo gallico.
L'abitudine di tessere una pezzuola come feticcio è palesemente un corollario di quella che un tempo doveva essere una festa, cioè un periodo in cui la comunicazione con l'Aldilà è fortemente contrassegnata. La tessitura, per la magia simpatica, rappresenta invece di per sé un possibile ostacolo ai malefici: il filo intrecciato non consente al male di penetrare quando questo è reso magico dalle ampüre.



Le fate
In costante antagonismo con le masche sono le fate che popolano anche i monti biellesi. Un aleggenda riporta ce le stelle alpine nacquero dalle lacrime di una fata innamoratsi di un mortale. Le fate di sovraumana bellezza, avvolte in candidi veli di trina che accentuano le forme delicate, bianche come la neve, corrono nelle placidi notti stellate sui fianchi delle montagne, ballano e trascorrono idilli coi pastori. Vivono in magnifiche dimore, rilucenti d'oro, di cristallo e di gemme, situate nella parte più alta dei monti, vicino al cielo, in una corte allegra e spensierata. Sono buone e escono dalle loro dimore per proteggere i montanari, gli scalatori, i pastori e constratando le masche.



Il rododendro
E' una leggenda originaria di Piedicavallo che dice che il fiore sia sbocciato dal sangue di un innamorato che per accondiscendere al desiderio capriccioso dell'innamorata che voleva in dono un fiore sorto in un punto molto pericoloso, cadde e morì, arrossando con il sangue le rocce della montagna.



L'om salvei (primo racconto)
E' una figura mitica che risale a precchie centinaia di anni fa.
Sopra San Giovanni d'Andorno, nella località di Bele cinquecento anni orsono viveva in una caverna un uomo selvaggio. Non si sapeva da dove fosse arrivato, aveva l'aspetto di un mostro (piccolo, magro ma alos tesso tempo robusto, con una grossa testa dall'aspetto di fauno coperta da una folta e ispida capigliatura) ma non era malvagio.
Non disdegnava il rapporto con gli umani e, diverse volte alla settimana, scendeva fino al piano di Bussetti presso Rosazza dove veniva accolto con gioia dalle donne della zona perché insegnava molte nozioni come fare il burro, i formaggini, le miasse. Trascorreva diverso tempo con le donne e riceveva in compenso agli insegnamenti una scodella di latte o una coppa di vino, un ougno di farina, un pezzo di lardo o di formaggio e qualche pezzo di pelle.

Un giorno l'om salvei si innamorò di una fanciulla e la rapì. In paese scatto l'allarme e un gruppo di giovani, tra cui il fidanzato, partirono per andare a cercarla. Nella notte, trovarono la grotta dove viveva l'uomo di Bele e riuscirono a portare in salvo la ragazzza, senza fare del male all'uomo poiché si credeva in una superstizione di sventura per chi lo avesse ucciso senza essere stato assalito.
L'om salvei si offese per il fatto che gli fosse stata sottratta la bella preda e giurò che non avrebbe mai più messo piede al Pian dei Bussetti.
Un altra versione della leggenda racconta che il selvaggio si innamorò di una sposa che aveva visto durante le sue rapide gite a Rosazza, attraverso i vetri della stalla a filare. In un crepuscolo d'autunno la rapì e la tenne con sé più di un anno. La donna nel frattempo ebbe un bambino. Un giorno la donna riuscì a fuggire ma non riuscì a portare con sé il bambino che dormiva tra le braccia del padre. Il selvaggio quando si accorse dell'inganno si vendicò sul bambino e con un colpo di fendente lo tagliò a metà, lanciando poi ognuna delle due parti del corpicino sulle opposte sponde del Cervo. Si narra che se un viandante solitario passa di notte presso quei paraggi, gli accade di udire un lamentevole vagito di bimbo che, sebbene sia fievole, la voce del Cervo, anche quando è gonfio d'acqua, non riesce a coprire.



L'om salvei (secondo racconto)
Schivo ma generoso, abitante di caverne e fitti intrighi di boschi ma per lo più di modi garbati, amante della propria libertà eppure costantemente proteso verso la comunità organizzata, l'uomo selvaggio sembra nascere alla confluenza del mondo silvestre con quello civile. Nelle leggende europee è spesso coperto di peli, folto di barba, armato di un bastone che può diventare una clava, ma è comunque sempre depositario di conoscenze segrete che mette a disposizione della collettività. Nel Biellese possiede tradizionalmente le tecniche dell'arte casearia, una qualità che condivide con i "selvaggi" di gran parte dell'arco alpino. L'Om salvèi dell'Alta Valle Cervo unisce a questa prerogativa quelle più tipiche dell'erboristeria: fornisce agli abitanti nozioni precise sull'utilizzazione delle erbe alpestri. Si dice che in origine gli abitanti non sapessero lavorare il latte ce si cagliava semplicemente con il trascorrere del tempo. L'uomo selvaggio un giorno racconto che il caglio si ottenere con i prodotti delle interiora dei bovini allattati. Infatti, alla macellazione di vacce e capretti, gli abitanti incominciarono ad utilizzare il liquido contenuto nello stomaco dei ruminanti. Sfortuna volle che il salvèi se ne andasse invece prima di aver insegnato come fare le candele con il siero del latte. Secondo questa tradizione orale, l'om salvèi era buono di carattere, non aveva deformazioni sul corpo, forse possedeva appena una più fitta capigliatura, ma vestiva come tutti i montanari fatta eccezione per le calzature. Si racconta infatti che fosse lui stesso a farsi le scarpe intrecciando delle fibre vegetali, forse quelle di ortica che un tempo servivano anche per formare gli indumenti più rustici. Abitava in una grotta sulla sponda opposta dei villaggi del torrente Cervo che i locali hanno identificato nella rupe del Culumber (il déir dal Culumber) situata nei pressi della Galleria di Rosazza, e entrava nell'abitato "quando ne aveva la luna" per rimanere in compagnia della gente fino a sera. Sparì com'era venuto, senza una ragione e senza aver intessuto neppure una storia d'amore, più o meno cruenta, come accade in altre leggende. Il racconto le descrive invece nemico delle streghe. A Campiglia insegnò come difendersi dalle fatture cn l'aglio e sputando sugli oggetti affatturati dalle masche.



Il selvaggio e l'eremita del santuario di Andorno
"Coperto d'un coio di Camelo di rudi peli dalla natura traponto, soggiornando tra gli urli delle Fiere per aspri e incolti siti, passando le notti in arie crudi e ardenti" rifocillandosi "non con altre pietanze, che quelle, che gli erano cucinate dalla natura, cime di locuste Miele Selvaggio, e crudi herbaggi...".
La descrizione sembra cucita dallo spirito cristiano sull'uomo dei boschi, ma in questo caso il buon selvaggio di cui si parla è il santo Giovanni Battista, il profeta vissuto intorno al 30 d.C. sulle rive del Giordano e vestito di rozze pelli.
Lo dipinge così Giovanni Battista Furno nel 1702 scrivendo la prima storia del santuario di San Giovanni d'Andorno, all'epoca punto di riferimento per centinaia di pellegrini.
"il suo riposo - continua Furno - (ha) una pietra per guanciale, per letto un fascio di Triboli, per Camera una spelonca". La figura delineata rimanda in realtà ai prototipi dell'eremitismo, diffuso in epoca precristiana a diverse latitudini. Altri santi, oltre a Giovanni Battista, assumono tutte le fattezze dell'eremita e danno luogo a leggende che rinviano, ancora, al mito del Selvaggio.
La corrispondenza non può essere casuale, così come il bastone dell'eremita ha una precisa corrispondenza con quello del selvaggio. L'immaginario della tradizione popolare ha forse unito due figure che hanno un solido punto di contatto nella loro volontaria separatezza dal mondo civile, nell'emarginazione vissuta anche come "luogo" deputato per una più profonda conoscenza: l'ascesi mistica per l'eremita, la magia per il Selvaggio.
Nel caso del santuario di San Giovanni d'Andorno, i fatti autorizzano però una connessione non esclusivamente simbolica fra il culto del santo e la figura dell'uomo dei boschi. Se è vero che alcuni santuari possono essere sorti in seguito all'eremitismo, si può ipotizzare che alla figura più ancestrale del selvaggio si sia sovrapposta nel tempo quella del mistico, dell'eremita.
Le grotte e le barme del salvèi della Valle del Cervo sono infatti individuabili nella stessa zona circostante il santuario. Inoltre la tradizione religiosa vuole che la statua "di legno corottibile" del santo fosse custodita in una di quelle barme, "in oscura Caverna fatte nelle precipitose balze d'un Monte nella valle del mentovato Andorno".
Da qui nasce la leggenda nella quale si racconta che, in tempi lontani, quando la valle contava pochi abitanti, i pastori ritrovarono la statua in una caverna e per proteggersi la trsportarono da un luogo all'altro, secondo le esigenze del loro lavoro. Tuttavia, ogni volta, al loro ritorno la ritrovavano sempre nel luogo d'origine, nella caverna che ancora oggi si chiama S, Giovanni della Balma.



Il lago della vecchia (primo racconto)
La vecchia del lago è la protagonista di una antichissima leggenda d'amore e di fedeltà che si ricollega al periodo celtico. Un giovane guerriero si innamora di una bellissima fanciulla quindicenne e venne organizzato il matrimonio. La roccia a poca distanza del lago era stata allestita ad altare e decorata con fiori alpestri e fronde. La sposa ornata di ricche vesti attese lo sposo per tutto il giorno e la notte la il giovane non arrivò. Al mattino successivo arrivò un uomo sconvolto dicendo che il promesso sposo eraq stato trovato ucciso in un bosco. La giovane volle dargli sepoltura in fondo al lago e lì rimase per tutta la vita a custodire il suo amore, in compagnia di un orso. Negli anni la giovane divenne una vecchia, considerata una maga a cui la gente del luogo chiedeva consigli per rimedi, sortilegi, medicamenti. Quando morì fu sepolta al fondo del lago e, secondo le tradizioni celtiche, i due spiriti innamorati s'incontrarono e si fusero. Ancora oggi, nelle magiche notti di luna, c'è chi afferma che si scorge sorvolare la superficie del lago un fantasma dai lunghi e bianchi capelli.



Il lago della vecchia (secondo racconto)
Al tempo della dominazione romana, un re e la sua sposa furono presi in ostaggio e messi a servizio come schiavi. Un servo fedele e devoto ai sovrani li seguì e li riscattò, dando loro la libertà. Ma il re morì e la vedova, fatta costruire una cassa di quercia, cercò nella solitudine delle alpi biellesi un luogo adatto al riposo del suo signore. Scelse il lago montano e calò la cassa nelle acque. La donna rimase a vegliare l'amato, viveva in una grotta e si nutriva di erbe, frutti selvatici e latte di una capretta. Era bellissima ma la gente la fuggiva perché straniera, veniva considerata una masca. Un giorno, un fanciullo si ammalò gravemente e la donna del lago lo guarì con i filtri di erbe alpine. La gente iniziò ad idolatrare la donna del lago e ricorreva a lei per le cure. In cambio le portavano doni. La donna invecchiò e quando morì la piansero e la calarono in fondo al lago, accanto allo sposo tanto amato. Ancora oggi, nelle magiche notti di luna, c'è chi afferma di vedere un fantasma bianco, dal lunghi capelli che sorvola la superfice del lago. E' la vecchia, ombra amica che ama i mortali, salva i viandanti smarriti e protegge gli innamorati.



Il lago della vecchia (terzo racconto)
Risale al 1600 ed è ambientata a Rozazza. Si narra di una giovane e bellissima ragazza e del suo promesso sposo che, improvvisamente, dovette partire per la guerra. La giovane lo attese per molti anni, fedele, fino a quando arrivò in paese un giovane di Torino, ricco e affascinante, che iniziò a fare la corte alla ragazza. Lei inizialmente resistette, poi venendo a mancare anche le informazioni del fidanzato dal fronte, cedette e si fidanzò con il giovane torinese. Nel frattempo, a Rosazza, giugevano le notizie della morte del giovane rosazzese. Il giorno delle nozze della giovane con il promesso sposo di Torino, in chiesa comparve un pesonaggio vestito da un mantello nero. Era il fidanzato tradito che interruppe il matrimonio e fece morire d'infarto la madre della ragazza. La ragazza stessa scappò dalla chiesa e, in preda al senso di colpa, vagò per le montagne. La trovarono morta presso le sponde del lago. Fu trasportata in pese e le fu data sepoltura ma la sua anima continua a vagare intorno alle sponde del lago e si ode il lugubre lamento che riprovera tutte le infedeltà d'amore.



La processione dei fantasmi
Si narra che nella notte sacra ai defunti le porte del Paradiso e del Purgatorio si aprono e per quella sola notte l'Eterno consente alle anime di tornare sulla terra. Si crea dunque una processione di estinti, invisibile agli occhi umani, ognuno dei quali ha il dito migliolo della mano destra acceso.



Bibliografia:
testi tratti da:
"L'incantesimo della mezzanotte - Il Biellese nelle sue leggende" - di Virginia Majoli-Faccio, ed. Libreria Giovannacci Biella, 1957
"L'Abbondanza, le Fate e una processione illuminata dai mignoli" - di Marco Conti, ed. Leone & Griffa, 1994
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