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Cenni storici sull'Alta Valle Cervo
Introduzione
La Valle Cervo, stretta striscia di terra tra la Valle del Lys e la Valsesia, anticamente era conosciuta come Valle d'Andorno, dal nome della comunità di fondovalle che la comprendeva. In questa sede si tratterà solo della parte alta della vallata, un territorio montano di circa 73 kmq, che inizia dalla strettoia di Bogna e termina sull'arco delle Alpi Pennine che la racchiude su tre lati e ha nella cima Bo (2556 mt) la sua vetta più elevata.
Le notizie storiche prima del X secolo d. C. sono scarse quindi non è possibile tratteggiare un profilo preciso sui fatti antichi e sui primi insediamenti valligiani. Non sono stati trovati reperti o testimonianze, ma è certo che, seppur scarsamente, la Valle fu abitata da popolazioni di provenienza diversa.
In questa zona di confine e di transito tra Italia e Francia, infatti, si alternarono popoli di razza mediterranea, provenienti dalle pianure, e stirpi celtiche che filtravano dalle montagne. Ancora oggi nei toponimi e nel dialetto è possibile riscontrare molte parole di derivazioni diverse che hanno analogie con etimologie francesi e tedesche, nonché romane per la continua presenza degli eserciti di Roma nella zona.
In quest'area ricca di boschi di faggio e di castagno, ma anche caratterizzata dalla massiccia presenza della pietra, non fu semplice per l'uomo trovare un equilibrio con l'ambiente naturale. L'ecosistema montano è precario, può essere generoso di frutti, di materiali ed energie, ma allo stesso tempo, un cambiamento del tempo o una avversità improvvisa, possono rendere difficoltosa la sopravvivenza di una comunità. L'unica difesa per l'uomo è quella di economizzare le risorse e pianificare un adeguato "modus vivendi" che consenta a tutti di soddisfare i proprî bisogni.
Da sempre il sistema organizzativo in grado di controllare e vincere l'instabilità della montagna è stato il villaggio; la condivisione a livello comunitario degli sforzi e delle esperienze secolari, che comporta una rigida regolamentazione del suolo e delle risorse, unita al rispetto per l'equilibrio del territorio, ha portato a un saldo rapporto tra ambiente naturale e antropizzato.
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I primi abitanti
Già i primi abitanti valligiani, i leponzi, che alcuni indicano di origine celtica, altri ligure, seppero adeguarsi alla rigidità del clima e vincere l'acclività del suolo. Popolo di cacciatori, di pescatori e inclini all'esercizio della guerra (per ovvie ragioni di difesa), erano soprattutto dediti alla pastorizia. I pascoli, conquistati al bosco alle basse, ma anche alle alte quote, consentivano l'allevamento del bestiame dal quale si ricavavano i mezzi di sussistenza; la carne, il latte e i suoi derivati, la lana delle pecore rappresentavano un elemento fondamentale per il sostentamento delle famiglie e un elemento di scambio nei commerci.
A questa popolazione, stabilitasi in Valle prima del VI secolo a.C., ne seguirono altre provenienti dal nord, di origine celtica, che si fusero con le autoctone. Successivamente ci furono le guerre contro i Romani e altre infiltrazioni di popoli di estrazione svizzera e francese, penetranti dalla Valsesia e, in modo più consistente, dalla Valle di Gressoney. Attraverso i valichi alpini passarono, nel corso dei secoli, genti di razza e stirpe diverse; uomini d'arme, ma anche mercanti e pastori che influenzarono la società locale portando con sé i proprî usi, costumi e una cultura diversa che, nel tempo si è integrata con quella valligiana.
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Le notizie riportate finora riguardano vicende storiche comuni all'intera Valle e, purtroppo, sono generiche perché testimonianze certe sugli avvenimenti remoti non ve ne sono.
Sono state rinvenute, nel Basso Cervo (Passobreve di Sagliano), alcune monete che risalgono all'epoca Romana, ma per quanto riguarda la parte alta della valle non sono stati fatti ritrovamenti di antichi reperti. In realtà taluno ha scritto di rinvenimenti di oggetti arcaici, ma tali notizie si sono dimostrate prive di fondamento storico e anche false, perché riferite a ritrovamenti, provenienti da altre località del Biellese e spacciati per locali da personaggi fantasiosi e di scarsa credibilità.
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I villaggi
Il primo documento autentico in cui si parla dell'Alta Valle è una bolla papale redatta da Innocenzo III il 2 maggio del 1207, nella quale si fa riferimento alla chiesa di San Martino di Campiglia Cervo "et alias ecclesias de Valle Sarvensis", dove Sarvo indica l'originario nome del torrente Cervo. Questa citazione è importante perché attesta l'esistenza di alcuni insediamenti già organizzati con un proprio luogo di culto. L'unica testimonianza rimasta dell'architettura religiosa medioevale è la chiesa di Santa Maria di Pedeclosso, le altre sono state rimaneggiate e ricostruite successivamente.
In molti documenti che riguardano il rapporto dell'Alto Cervo con Andorno è possibile farsi un'idea della reale consistenza della popolazione; i centri più antichi sono Campiglia e Oretto (qui, nel XII secolo viene costruita la chiesetta gotica di S. Maria). Balma, Rialmosso, Mortigliengo, Piaro (Piario) Forgnengo (Furniono) e Beccara (Prebecaria), in atti che sono compresi tra il 1253 e il 1294, vengono indicati come esistenti; in effetti non sono ancora delle borgate, ma semplici gruppi di rustici edifici attorno ai quali vi sono prati o pascoli per il bestiame. Probabilmente erano abitati stagionalmente o per brevi periodi. E ancora Piedicavallo e Montesinaro, in documentazioni di poco posteriori, sono descritti come luoghi di carattere alpestre.
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All'inizio del 1300 dunque sono pochi i centri valligiani stabili, che possono contare su un certo numero di abitanti; quelli che diventeranno le future frazioni, in questo periodo, sono costituiti solo da pochi casolari sparsi.
Si può dedurre che molti villaggi si svilupparono lentamente nel corso del XIV secolo.
Il valligiano sceglieva un luogo ospitale e adatto a svolgere attività legate all'agricoltura e all'allevamento di bestiame; qui, col tempo, costruiva i cascinali per il pascolo estivo, creava le infrastrutture e poneva le basi per un insediamento permanente futuro.
I paesi erano frutto della laboriosità della comunità intera, strutturati come microcosmi autosufficienti, dotati di strutture collettive, edifici pubblici, frutto della laboriosità della comunità intera..
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I pascoli
Un ulteriore dato importante che emerge da questi atti è la presenza diffusa di pascoli in Valle. Questo fatto documenta che la pastorizia è un elemento determinante dell'economia valligiana, essenziale per il sostentamento della famiglia, proprio come lo erano per i primi residenti e come saranno per le future generazioni, i prati e l'uso che se ne faceva, il numero di capi posseduti da ogni gruppo famigliare erano sottoposti a regolamenti, tesi ad un corretto ed equo sfruttamento delle risorse. L'esiguità delle superfici prative e le difficili condizioni ambientali avevano portato a una divisione della superficie pascolabile tra i paesi di Alta e Bassa Valle, inoltre vi era una differenziazione nell'uso delle aree in base al susseguirsi delle stagioni. In primavera e in estate si saliva ai pascoli in quota, in autunno si scendeva ai villaggi.
A questo proposito esistono documenti in merito a una lite per i pascoli, scoppiata nel 1468 tra Andorno e "la Valle". Il capoluogo aveva preso la decisione di mettere all'incanto terreni che fino ad allora avevano goduto i valligiani, i quali, sentendosi defraudati di un loro diritto, contrastarono la scelta. La causa legale si protrasse alcuni anni, compresi i vari appelli, e si risolse a favore dei valligiani. Questo rappresenta uno dei tanti esempi di controversia tra la popolazione dell'Alta e della Bassa Valle sfociata in un processo; negli archivi infatti sono presenti molti atti che riguardano sentenze giuridiche per dirimere vertenze di sconfinamento del bestiame e di mancato adempimento a regole prestabilite: il pascolamento in un terreno nel periodo sbagliato o la esigua manutenzione di un'area prativa fatta dai conduttori.
Nel momento in cui in questo secolo si sono ridotte o sono decadute le attività rurali molti rustici si sono trasformati in cumuli di pietra, i prati, per la carenza di manutenzione, sono stati invasi dagli arbusti, e lo stesso si è verificato nei boschi di faggio e di castagno, aggrediti dal ceduo.
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"Mastri da muro" e "pica pere"
Il 29 ottobre del 1379 le comunità di Biella e Andorno giurarono fedeltà al duca Amedeo di Savoia, due secoli dopo, nel 1552, avvenne il distacco della comunità di Andorno da Biella. Nel 1694, in seguito a contese di ordine amministrativo e a incomprensioni con la Bassa Valle, l'Alto Cervo ottenne l'autonomia dal Marchesato di Andorno; sei anni dopo viene autorizzata la divisione del territorio in quattro comuni: Campiglia, Piedicavallo, Quittengo, San Paolo.
All'epoca di questi ultimi avvenimenti il marchese di Andorno era Carlo Emilio di Parella; egli, grande condottiero già al servizio dell'imperatore contro i turchi, poi dei Savoia, elesse la sua residenza all'Ospizio di San Giovanni Battista, facendo costruire l'ala est (dove vi è l'ingresso), che verrà trasformata in collegio maschile dopo la sua morte. Il santuario, già meta devozionale agli inizi del XVI secolo quando era una piccola grotta scavata nella roccia, diventa il monumento più significativo dell'Alta Valle Cervo in epoca barocca. La chiesa viene realizzata tra il 1602 ed il 1608 e ampliata nel 1742 dall'architetto Bernardo Vittone; l'hosteria, l'ala dei pellegrini, la canonica e l'abitazione del marchese di Parella, costruiti in epoche successive, hanno contribuito a rendere il maggior luogo di pellegrinaggio della Valle, un insieme architettonico di grande pregio. A questo proposito è importante ricordare la strada di collegamento tra San Giovanni e Oropa, fatta costruire dal Senatore Rosazza Pistolet dal 1889 al 1897 per agevolare gli spostamenti tra le due vallate e unire due importanti luoghi di culto.
La figura del marchese di Andorno e l'imponenza dei suoi servigi alla Casa Sabauda, introduce a un argomento fondamentale per capire l'abilità e le diffuse capacità in campo artigianale dei valligiani.
Finora si è ampiamente parlato dell'attività rurale svolta all'interno della comunità, ma non bisogna dimenticare che per la maggior parte dei gruppi familiari la pastorizia, a partire dal Cinquecento, non fu il lavoro primario.
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A causa dell'estrema povertà del suolo e della consistente presenza della pietra l'uomo valligiano, fin dai primi insediamenti, trovò in quest'ultima una risorsa, uno strumento per migliorare la propria condizione sociale. Gli abitanti della Valle si ingegnarono nella costruzione delle abitazioni, delle strade, degli edifici pubblici e delle strutture collettive sfruttando il materiale che avevano a disposizione: la sienite e lo gneis. A poco a poco le conoscenze impiegate nella realizzazione dei nuclei abitativi si trasformarono in un mestiere e ancora oggi è possibile apprezzare le opere dei "mastri da muro", dei "pica pere", e degli operai generici che hanno sapientemente costruito manufatti in armonia col territorio. Al seguito del marchese di Parella e anche dopo la sua morte, i muratori valligiani lavorarono per i Savoia, partecipando alla difesa di Torino e dei territori sabaudi.
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L'emigrazione degli operai valligiani
Costruirono ponti e fortificazioni (Fenestrelle, Bard, Exiles), strade e valichi alpini (strada del Moncenisio e del Sempione), dimostrando le loro grandi capacità tecniche. Le stesse sono però già conosciute fin dalla metà del 1500 nell'Italia settentrionale, infatti l'aumento della popolazione e la scarsezza di risorse alimentari avevano portato le maestranze locali a emigrare per brevi periodi in altre località. Per secoli si assiste all'uscita dal territorio di un alto numero di uomini, impiegati nell'edilizia, che si trasferiscono in vari cantieri italiani ed esteri (in questi ultimi a partire dall'Ottocento). Il primo documento che attesta questa emigrazione e ne definisce le modalità e le caratteristiche temporali, risale al 1585 ed è voluto dal duca Emanuele Filiberto di Savoia; in esso si afferma: "che gli huomini et habitanti d'esso luogo per la maggio parte vanno per li luoghi d'Italia a costruire et murare case per lo spazio di nove mesi ogn'anno", e concede loro privilegi nel pagamento dei tributi. Successivamente i valligiani ottennero anche un lasciapassare collettivo nei domini sabaudi da Carlo Emanuele I per poter esercitare il proprio mestiere. Le maestranze valligiane non ebbero mai difficoltà nel trovare un lavoro nei cantieri perché, specialmente dopo il 1850, avevano una preparazione professionale di alto livello, che li rendeva più capaci rispetto agli operai di altri paesi. Grazie alla loro specializzazione in questo campo riuscirono, seppur lontano da casa e facendo vita disagiata, ad avere una discreta fortuna. Vai alla sezione Rosazzesi nel mondo.
Le scuole tecniche: da operai a capi mastri
Le conoscenze derivate da una lunga esperienza di lavoro nel settore dell'edilizia vennero infatti integrate e arricchite da una formazione professionale nelle scuole tecniche ad indirizzo edile di Campiglia Cervo e Rosazza. Grazie a una idea del conte Cavour, realizzata nell'Alto Cervo dall'ingegnere Alessandro Mazzucchetti tra il 1860 e il 1870 con il sostegno di tutta la popolazione, si contribuì con la costituzione delle scuole a migliorare la condizione sociale degli abitanti locali. L'obiettivo di formare manodopera specializzata ebbe grande successo, infatti, in seguito alla frequentazione dei corsi, gli uomini si trasformarono da semplici operai ad assistenti edili, capi mastri e imprenditori.
Se da una parte la nuova attività portò ricchezza e benessere alle famiglie, dall'altra modificò completamente la società valligiana. Un tempo l'emigrazione era stagionale e si protraeva per alcuni mesi l'anno, la durata massima era di nove mesi. Durante l'assenza degli uomini, le donne, aiutate dai bambini e dagli anziani, continuavano le attività rurali nel paese d'origine contribuendo in modo determinante al mantenimento della famiglia, in quanto il denaro guadagnato dai mariti e dai figli maggiori andava esclusivamente al risparmio e alle spese straordinarie. Nel momento in cui il soggiorno all'esterno della Valle divenne permanente o di maggior durata per gli uomini e crebbe il benessere familiare, si assisté all'esodo di interi nuclei parentali con una riduzione molto consistente della popolazione residente, scesa dagli oltre 6.500 abitanti nel 1881 agli 850 attuali.
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La sienite
La sola attività industriale svolta in Alta Valle Cervo è stata la coltivazione della sienite. Questo materiale, da sempre lavorato sfruttando affioramenti superficiali, dal 1830 venne estratto in grandi quantità dalle cave di Quittengo, San Paolo Cervo e Rosazza. Pietra dura, resistente all'usura e agli agenti atmosferici, è stata impiegata largamente in opere civili, nei rivestimenti e nelle opere monumentali non solo in Piemonte, ma anche in tutta Italia e all'estero.
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Inizialmente l'avviamento industriale non fu semplice per la carenza di infrastrutture viarie e per la mancanza di mezzi di trasporto adeguati, poi alla fine dell'Ottocento venne realizzata la linea tranviaria Biella-Balma che agevolò le operazioni di trasferimento di consistenti quantità di materiale all'esterno.
In concomitanza dell'aumento di domanda di sienite, ci fu una grande offerta di lavoro e questo portò nella zona operai lombardi, veneti e pugliesi che, con le proprie famiglie, si fermarono in Valle, integrandosi con la popolazione locale.
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Il flusso immigratorio ha, per qualche tempo, compensato l'esodo delle famiglie locali, ma non è stato sufficiente a ripopolare la vallata. Da alcuni decenni le cave sono chiuse e invase da arbusti, nessuno svolge più l'attività di scalpellino, che ormai sembra essere solo una memoria del passato e quindi non resta altro che godere dei tanti manufatti che sono stati realizzati attraverso le fatiche e la grande abilità artigiana dell'uomo.
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Bibliografia:
testi tratti da:
Tesi di Laurea "Proposta di un Ecomuseo per l'Alta Valle del Cervo" - di Anna Valz Blin, discussa nell'anno accademico 1997-1998 preso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino.
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